Manicomio di Mombello – Limbiate

Queste sono alcune delle foto che ho scattato durante una visita all’ex manicomio di Mombello (Limbiate).

Qualche cenno storico per i più curiosi di voi, tratto dall’ottimo articolo di Roberta Parrilla per Milanocittadellescienze.it

…Nell’agosto del 1865 i ricoverati cominciarono a passare alla Villa Pusterla-Crivelli di Mombello.

Motivata da difficoltà economiche, l’amministrazione si vide costretta a rinunciare al progetto del “manicomio modello” di Desio e decise di portare avanti un programma alternativo: ampliare la succursale di Mombello, che originariamente avrebbe dovuto ospitare in totale centocinquanta “pazzi tranquilli”, e trasformarla in “grandioso manicomio”. I lavori di costruzione si compirono nel 1878, l’anno successivo la Senavra fu del tutto evacuata dagli ammalati e il manicomio di Mombello, costruito al massimo per novecento ricoverati, venne occupato fin dalla sua inaugurazione da una folla di malati (1121) superiore di oltre un quinto della sua capienza.

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Il superaffollamento rimase una caratteristica costante del nuovo manicomio: nel 1879, sotto la direzione del dottor Gaetano Rinaldini (1813-1882, direttore dal 1879 al 1882), i medici erano soltanto sei, responsabili della cura e riabilitazione di circa 1250 ricoverati.

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i direttori lamentavano  l’inefficienza causata dal superaffollamento cronico (nel 1906, dieci medici per una popolazione di circa 1900 ricoverati), e sostenevano la necessità di una nuova struttura manicomiale, da collocarsi nelle vicinanze della città. Le loro affermazioni rimasero tuttavia inascoltate: nel 1908 venne decisa la costruzione di quattro “Padiglioni aperti” (senza un muro di cinta attorno), ognuno capace di cento posti letto, nella pineta di Mombello, che già faceva parte dei possedimenti dell’Amministrazione.

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Come i suoi predecessori, Antonini si dedicò con tenacia al problema del sovraffollamento dell’Istituto di Mombello, sostenendo con forza la necessità di un nuovo manicomio nelle vicinanze di Milano. Rifiutava con forza l’idea di un ampliamento della struttura, che rappresentava già un’eccezione per il forte numero delle presenze (2600 ricoverati nel 1913) e non soddisfaceva in termini di accettazione le esigenze della città di Milano.

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“Urge l’inizio immediato dei lavori (per la costruzione di un nuovo Manicomio n.d.SM) poiché Mombello non potrà più oltre aumentare e dovrà nel frattempo provvisoriamente provvedere in via eccezionale”

I suggerimenti del Direttore rimasero però inascoltati: il Consiglio Provinciale (1913) decise che la succursale ad Affori (Villa Litta Modignani) avrebbe dovuto ospitare un centinaio di ammalati cronici e deliberò un nuovo gruppo di opere edilizie per riformare e ampliare Mombello, in modo da creare una sistemazione generale e definitiva agli alienati.

Negli anni successivi vennero costruiti nuovi padiglioni nell’area di quest’ultimo: tre eleganti strutture (Padiglioni Rossi, De Sanctis, Mingazzini), edificate (1915) nella vasta spianata ai piedi del colle dominato dalla Villa Pusterla, e un padiglione adibito ad “Osservazione e vigilanza donne” (1914). Antonini accettò la decisione dell’Amministrazione e sorvegliò con cura meticolosa i progetti di costruzione, che diedero vita a padiglioni di notevole qualità architettonica, caratterizzati da ambienti areati, luminosi, e suddivisi secondo criteri razionali. Gli spazi erano progettati in modo da permettere una separazione delle varie categorie dei ricoverati, distribuiti secondo il comportamento in Tranquilli, Agitati, Lavoratori, Convalescenti eccetera. 

Negli anni a seguire il numero dei ricoverati a Mombello aumentò sempre di più, in particolare durante la Grande Guerra, toccando la cifra record di 3504 malati nel 1918. Il Consiglio provinciale prese delle decisioni per arginare il problema del sovraffollamento: l’istituzione della succursale provvisoria dell’ex Ospedale civico di Busto Arsizio per i malati militari (1918), la costruzione di un’Astanteria di duecentocinquanta letti nell’area di Villa Litta Modignani (1919), l’apertura di una succursale a Contegno (1928) per ospitare i malati della Provincia di Varese. Questi provvedimenti avrebbero dovuto costituire una sorta di compromesso tra le ragioni economiche dell’Amministrazione provinciale e le aspirazioni di Antonini, che in verità dovette accettare la sconfitta e le disposizioni per l’ampliamento di Mombello.

Nonostante ciò, Antonini si impegnò a modificare e migliorare quanto più possibile il vecchio manicomio, proponendo addirittura l’acquisto e l’integrazione dei terreni di proprietà Salina e Cattaneo, che penetravano irregolarmente nella zona manicomiale. Istituì inoltre un completo servizio chirurgico, la consulenza ginecologica, i gabinetti di odontoiatria, ma soprattutto cercò di riorganizzare il lavoro dei ricoverati, concentrando le varie attività in un nuovo fabbricato, denominato “Casa del lavoro”.

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Perciò, oltre alla colonia agricola e ai giardini dell’Ospedale che davano lavoro a contadini e ortolani, nella Casa del lavoro un buon numero di ricoverati poteva dedicarsi ad attività artigianali o semi-industriali (falegnameria, tessitoria, muratura ecc). Inoltre molti malati partecipavano attivamente ai lavori interni dell’Istituto: servizi di guardaroba, di lavanderia, panificio, lavori domestici eccetera.

Oltre al lavoro, Antonini tentò la cura dei malati anche attraverso la musica, con la formazione di un Corpo bandistico di settanta suonatori; tramite l’esercizio fisico, grazie alla realizzazione di un campo sportivo in mezzo alla pineta attorno al manicomio; e attraverso l’arte, con l’apertura di una Sala Ricreativa nel Reparto Rossi.

(Antonini diede sempre n.d.SM) attenzione particolare alla diagnosi e cura precoce delle forme iniziali di malattia mentale suscettibili di cura ambulatoriale o domiciliare, in modo da evitare quando possibile l’internamento manicomiale. La passione che Antonini metteva nell’assistenza del malato mentale dentro e fuori l’Ospedale psichiatrico traspare nel suo ultimo desiderio, rimasto tuttavia inappagato: la Casa pei dimessi, una struttura che potesse ospitare gli alienati tornati in libertà e che li sostenesse nel difficile periodo successivo alla dimissione.

Antonini cercò sempre di gettare un ponte sulla realtà extramanicomiale e di modernizzare l’Istituto, in modo da creare un ambiente ospedaliero di cura per i malati mentali ed una colonia di lavoro per addestrare alla vita in società, piuttosto che un semplice ospizio per malati cronici.

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L’impegno e la dedizione di Antonini produssero cambiamenti significativi nella vita dei ricoverati, che grazie ai lavori di ricostruzione e modernizzazione iniziarono a vivere in ambienti decorosi e salubri,e grazie a concezioni psichiatriche innovatrici ebbero la possibilità di affacciarsi alla realtà oltre il muro manicomiale. […] Particolare risalto è dato alla qualità degli ambienti, che a seguito dei lavori di ricostruzione riuscivano a “dare ai malati ed ai parenti, che per la prima volta accedono a Mombello, un’impressione gradevole, e insieme la persuasione che il Manicomio non è più luogo di reclusione e di terrore, ma un asilo di cura e di riposo per il malato di mente”.

Antonini descrive le terapie adottate, e le diverse attività lavorative dei pazienti: squadre di lavoratori epilettici occupate nell’agricoltura e nella tessitura, addetti alla spaccatura e alla segatura della legna, ricoverati impegnati nella lavanderia e nei lavori di guardaroba. Viene qui esaltata l’importanza del lavoro, considerato uno strumento indispensabile per la cura dei malati, i quali potevano in questo modo addestrarsi a “riprendere l’esercizio della loro professione, pronti così a ritornare, all’atto della dimissione, alla loro opera nella vita sociale“. L’articolo dedica però spazio anche alle attività ricreative e formative: il teatro, che metteva in scena ogni settimana spettacoli di diverso genere, dalle commedie ai drammi, il cinema e la scuola, collocata nel Reparto Fanciulli e fornita del prezioso materiale Montessori e Frübeliano.

Anche dopo aver visto fallire tutti i tentativi da lui compiuti per impedire che Mombello diventasse una mega-struttura manicomiale – il più grande manicomio italiano – accettò le decisioni dell’Amministrazione provinciale per continuare a impegnarsi in prima persona, al fine di garantire ai ricoverati condizioni assistenziali le più umane possibili. La memoria della sua umanità vive ancora a Mombello:

“in questo Istituto tutto impregnato della Sua grande anima, tutto imbevuto del sangue più vermiglio del Suo immenso cuore. Non vi è pietra di questo Ospedale che non parli del Suo amore, della Sua sapienza, della Sua instancabile attività; non vi è angolo che non serbi la traccia indelebile della sua mano esperta e sagace, della sua mente aperta alle più larghe idee”.